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Infezioni, shock settico, setticemia: a volte non è solo fatalità.

3 Giu 2015

Infezioni, shock settico, setticemia: a volte non è solo fatalità.

Da sempre le infezioni (nosocomiali o postoperatorie) sono tra le più comuni cause di decessi negli ospedali di tutto il mondo.

Alcuni studi confermano che negli ospedali italiani si muore per sepsi o shock settico nel 60% dei casi. In base a tali studi sembrerebbe trattarsi di una malattia gravissima per la quale esistono poche vie di scampo.

Spesso si sente dire dai medici che si è trattato di fatalità e che non c’è stato niente da fare.

La realtà, però, è molto diversa e l’alta mortalità, il più delle volte, è dovuta alla negligenza del personale medico nel seguire le linee guida in materia.

Sin dal 2012 la comunità scientifica internazionale ha approntato delle linee guida a cui i medici si dovrebbero attenere per ridurre sensibilmente la mortalità in caso di infezioni ospedaliere e non.

Si tratta della “Campagna per la sopravvivenza alla sepsi severa e allo shock settico” (SCC) che ha lo scopo dichiarato di ridurre sensibilmente la mortalità negli ospedali per infezione[1].

Le linee guida, aggiornate nel 2008 e nel 2012, indicano chiaramente e analiticamente quali sono i comportamenti da tenere negli ospedali per soccorrere i pazienti affetti da infezioni[2].

Il fattore principale secondo le linee guida citate è costituito dalla tempestività dell’intervento.

Si parla infatti di “golden hours”, nel senso che le prime ore dal manifestarsi dei primi sintomi dell’infezione (febbre, brivido scuotente e altri) sono quelle decisive in cui si gioca la battaglia tra la vita e la morte del paziente.

Fra gli interventi che hanno maggiore incidenza sulla sopravvivenza dei pazienti vi è certamente la  somministrazione di una terapia antibiotica ad ampio spettro entro una ora dall’insorgenza dei primi sintomi, l’effettuazione di esami culturali per individuare l’agente responsabile dell’infezione ed adeguare la terapia antibiotica e la ricerca della fonte dell’infezione entro le prime 6 ore attraverso apparecchi diagnostici per la sua immediata rimozione attraverso drenaggio o intervento chirurgico.

In assenza di tali interventi e degli altri indicati nelle linee guida sopra citate il paziente ha pochissime possibilità di sopravvivere.

Purtroppo, la situazione degli ospedali italiani in materia di adeguamento rispetto alle linee giuda della SCC è lontana dalla sufficienza, per cui in Italia si muore per sepsi “cinque volte di più che per l’ictus e dieci volte di più che per infarto”[3].

In casi di questo genere, è possibile instaurare una causa contro l’ospedale per ottenere il giusto risarcimento dei danni.

La causa potrà essere instaurata dai parenti più stretti del defunto che potranno richiedere all’ospedale e/o ai medici coinvolti sia il proprio danno da perdita del rapporto parentale sia il danno subito dal defunto che sia sopravvissuto per un apprezzabile lasso di tempo.

Gli importi del risarcimento da perdita del rapporto parentale sono indicati dalle tabelle del Tribunale di Milano[4].

Avv. Michele Anichini

 

 



[1] http://www.area-c54.it/public/surviving%20sepsis%20campaign.pdf

[2] http://www.timeoutintensiva.it/download/Campagna%20di%20Sopravvivenza%20alla%20Sepsi.pdf

[3] http://www.corriere.it/salute/13_settembre_09/sepsi-giornata-mondiale_cda96296-161c-11e3-a860-3c3f9d080ef6.shtml

[4] http://www.altalex.com/~/media/Altalex/allegati/2014/09/09/68434%20pdf.ashx